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La Spagna apre alle auto cinesi: il piano Spain Auto 2030 tra opportunità e timori europei

Luca Talotta
Pubblicato il 5 gennaio 2026, 10:10
La Spagna apre alle auto cinesi e lo fa con una strategia industriale ambiziosa che guarda al 2030 come orizzonte per ridisegnare il proprio ruolo nel mercato europeo dell’auto elettrica. Il piano Spain Auto 2030, presentato dal governo di Madrid, punta a rilanciare un settore chiave dell’economia nazionale, ma solleva interrogativi rilevanti a Bruxelles, dove l’Unione europea osserva con crescente attenzione l’avanzata dei costruttori asiatici.
La posta in gioco è alta: l’automotive vale circa il 10% del Pil spagnolo e rappresenta uno dei pilastri industriali del Paese. In un momento in cui la transizione elettrica sta mettendo sotto pressione l’intera filiera europea, Madrid sceglie una strada pragmatica, aprendo in modo esplicito alla collaborazione con Pechino.
Un piano industriale che guarda all’elettrico
Il piano Spain Auto 2030 nasce con l’obiettivo dichiarato di trasformare la Spagna in uno dei principali hub europei per la produzione di veicoli elettrici. Il governo ha annunciato un mix di incentivi alla domanda e investimenti strutturali, destinati sia ai consumatori sia all’industria.
Secondo quanto illustrato dall’esecutivo guidato da Pedro Sánchez, nel 2026 sono previsti 400 milioni di euro di sussidi diretti all’acquisto di auto elettriche e ulteriori 300 milioni di euro per il potenziamento della rete di ricarica. L’obiettivo è rendere l’auto elettrica accessibile anche alla classe media e lavoratrice, superando una delle principali barriere all’adozione: il prezzo.
Accanto agli incentivi, il piano prevede risorse per l’ammodernamento degli impianti produttivi e per l’attrazione di capitali esteri, considerati fondamentali per sostenere la riconversione industriale in tempi rapidi.
Perché le auto cinesi trovano terreno fertile in Spagna
Il boom delle auto cinesi in Spagna non è un’ipotesi futura, ma una realtà già in atto. I numeri raccontano una crescita impressionante, trainata da marchi capaci di offrire modelli elettrici competitivi sul piano del prezzo e della tecnologia.
BYD, oggi leader globale del settore, ha superato le 22.300 unità vendute nei primi undici mesi del 2025, con un incremento di oltre il 450% rispetto all’anno precedente. Anche Leapmotor, marchio cinese legato a Stellantis, ha registrato un’espansione rapidissima, moltiplicando le vendite in pochi mesi.
La Spagna, con un costo del lavoro inferiore rispetto ad altri Paesi dell’Europa occidentale e una posizione logistica strategica, rappresenta un terreno ideale per questi costruttori. Non a caso sono già attivi progetti industriali concreti, come la joint venture Chery-Ebro EV a Barcellona e l’ipotesi di una nuova fabbrica europea di BYD. Anche CATL ha avviato nel 2024 la costruzione di un impianto per le batterie, in collaborazione con Stellantis.
Le preoccupazioni dell’Unione europea
Se a Madrid il piano viene presentato come una grande occasione di crescita, a Bruxelles prevale un approccio più prudente. L’Unione europea teme che un’eccessiva apertura alle auto cinesi possa accentuare la dipendenza tecnologica dell’industria europea da Pechino, soprattutto nel settore delle batterie e dell’elettronica di potenza.
La Commissione europea sta valutando l’introduzione di regole più stringenti sull’origine dei componenti, con l’ipotesi di richiedere che almeno il 70% della produzione avvenga sul suolo europeo. Una linea che rischia di entrare in tensione con la strategia spagnola, fortemente orientata ad attrarre investimenti extra-UE.
Il timore è che, senza adeguate garanzie, l’Europa si trasformi in un semplice mercato di sbocco per tecnologie sviluppate altrove, perdendo competitività nel medio-lungo periodo.
Una scommessa industriale da miliardi di euro
Il piano Spain Auto 2030 mobiliterà complessivamente tra i 35 e i 40 miliardi di euro di investimenti pubblici e privati nei prossimi cinque anni. L’obiettivo è ambizioso: portare la produzione annua da 2,4 a 2,7 milioni di veicoli entro il 2030 e avvicinarsi a una quota del 95% di veicoli elettrici prodotti entro il 2035.
Secondo gli analisti, senza il contributo dei partner cinesi questi traguardi sarebbero difficilmente raggiungibili. È qui che emerge la tensione di fondo: difendere la filiera europea o accelerare la transizione elettrica sfruttando chi oggi è tecnologicamente più avanti.
La Spagna ha scelto una linea realista, consapevole che il tempo è una variabile decisiva. Resta da capire se questa strategia riuscirà a coniugare crescita industriale, occupazione e autonomia tecnologica, oppure se diventerà un nuovo terreno di scontro politico ed economico all’interno dell’Unione.
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