È morto Alex Zanardi, l’uomo che ha cambiato il senso della parola coraggio

Alex Zanardi, ex pilota di Formula 1 e campione paralimpico, lascia un’eredità che va oltre lo sport: dalla CART alla handbike, una vita diventata simbolo
È morto Alex Zanardi, l’uomo che ha cambiato il senso della parola coraggio
© Padova Marathon

Luca TalottaLuca Talotta

Pubblicato il 2 maggio 2026, 10:52

Dal Lausitzring alla handbike

La seconda carriera di Alex Zanardi è stata forse ancora più grande della prima, non perché il motorsport valga meno dello sport paralimpico, ma perché nel suo caso il passaggio da un mondo all’altro avvenne senza perdere identità. Zanardi rimase un pilota anche quando cominciò a spingere con le braccia una handbike. Rimase un uomo di gara, di preparazione, di tempi, di traiettorie, di concentrazione. Cambiò il mezzo, non cambiò il modo di affrontare la competizione.

Nel paraciclismo conquistò risultati straordinari. Ai Giochi paralimpici di Londra 2012 e Rio 2016 vinse quattro medaglie d’oro e due d’argento, diventando uno degli atleti italiani più rappresentativi di quella stagione. Il suo successo non fu solo sportivo: contribuì a portare lo sport paralimpico al centro dell’attenzione pubblica, aiutando milioni di persone a guardarlo non come una disciplina minore o consolatoria, ma come sport vero, duro, tecnico, selettivo.  

Questa è forse una delle sue eredità più importanti. Zanardi non chiedeva una narrazione attenuata. Non voleva essere celebrato perché aveva vissuto una tragedia, ma perché si allenava, gareggiava, vinceva e perdeva come tutti gli atleti di altissimo livello. Il suo corpo portava i segni di un incidente terribile, ma il suo racconto pubblico non si fermava mai lì. Parlava di allenamento, di tempi, di fatica, di obiettivi, di risultati. In questo modo ha contribuito a cambiare il linguaggio con cui si racconta la disabilità nello sport.

Nel 2020, un nuovo incidente colpì la sua vita. Durante una staffetta benefica in handbike sulle strade della Toscana, Zanardi rimase coinvolto in uno scontro con un camion e riportò gravissime lesioni alla testa. Seguì un lungo percorso medico e riabilitativo, vissuto lontano dalla ribalta e nel rispetto della riservatezza richiesta dalla famiglia. Anche in quel caso, il Paese si strinse attorno a lui con un affetto che andava oltre la tifoseria e oltre la passione per i motori.  

È necessario usare cautela e rispetto quando si raccontano gli ultimi anni della sua vita. Zanardi era diventato un simbolo, ma prima di tutto era una persona, un marito, un padre, un uomo circondato dai suoi affetti. Proprio per questo, il modo migliore per ricordarlo non è trasformare la sua vicenda in una formula facile sul coraggio, ma riconoscere la complessità di una vita eccezionale, attraversata da talento, dolore, disciplina e dignità.

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